Ricerche
nella didattica della scrittura: l’adeguamento di metodi fondati sul processo dello scrivere ad
un contesto in cui la lingua di arrivo
è una lingua straniera
Andy
Cresswell
Scuola
Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, Università di Bologna
(Forlì)
cresswel@sslmit.unibo.it
Questo paper rispecchia il tentativo dell’autore di
adeguare al contesto italiano quella che è in larga misura una metodologia
nordamericana della didattica della scrittura.
Questa metodologia fu
elaborata da diversi ricercatori pedagogici, fra cui spiccano Raimes e Zamel, i
quali, applicando la teoria del
processo dello scrivere L1 a gruppi di discenti L2, elaborarono teorie dell’
insegnamento della scrittura ad apprendenti di una seconda lingua, cioè a
discenti che scrivevano nell’ambiente della loro lingua di arrivo . Adesso
siamo entrati in una nuova fase, nella
quale questi metodi sono
sperimentati con apprendenti di una
lingua straniera, vale a dire in contesti in cui gli studenti devono
imparare come scrivere nella seconda lingua nell’ambiente della loro
madrelingua. Ciò richiede non solo l’elaborazione di nuove metodologie
didattiche, ma anche la raccolta di
nuovi dati per verificare le stesse
metodologie nel nuovo contesto, nonché
il grado di accettabilità per i
discenti. In particolare, la ricerca
riferita in questa sede riguarda tecniche di automonitoraggio
(“self-monitoring”) e valutazione tra pari, attuate congiuntamente a programmi
propedeutici specifici di sensibilizzazzione.
Flowers e Hayes, nel loro autorevole articolo del
1981, suggerirono che tra tutti i
processi psicolinguistici in cui consiste la composizione scritta, quello più
proficuo era il riesaminare ricorrente del testo emergente, il quale porta sia alla generazione di nuove
idee sia alla revisione dello stesso testo.
Fu allora stabilito da Faigley e Witte (1981) il legame tra la qualità
dello scritto e la revisione “sostanziale”, definita come modificazione al contenuto e all’
organizzazione dello testo.
Successivemente, diversi studiosi , fra cui Zamel 1985 e Cohen e
Cavalcanti 1990, rilevarono una diffusa insoddisfazione tra gli studenti
riguardante il feedback, derivante
dalla concentrazione da parte degli insegnanti sugli errori linguistici a
scapito della valutazione delle idee e degli argomenti . Tutte queste influenze
hanno portato alla nascita di una specie di ortodossia metodologica secondo la
quale gli studenti erano pregati di scrivere una tesina in due tappe; una volta
consegnata la prima stesura, avrebbero ricevuto il feedback sulle idee e
sull’organizzazione; e dopo la consegna della seconda, sul linguaggio (Zamel
1982, 1983).
Questo metodo, che scagliona e quindi riduce il peso
cognitivo che uno studente deve sopportare, ha senso: e soprattutto per i
discenti di livello elementare.
Tuttavia, In un contesto nazionale in cui la lingua di arrivo è
una lingua straniera piuttosto che una seconda lingua , la separazione del
feedback sul linguaggio dal feedback sulle idee è a dir poco discutibile. Poiché la lezione di scrittura costituirà
molto probabilmente una delle rare occasioni per l’acquisizione del linguaggio
nuovo, dal momento che nel difficile tentativo di esprimere le loro
idee, i discenti sono obbligati ad estendere le loro risorse linguistiche. In questo modo trasformano la conoscenza passiva in produzione attiva,
ovvero si svolge il processo di apprendimento che Faerch e Kaspar definiscono
“la verifica di un’ipotesi produttiva”. Nei termini sfortunatamente ambigui di Flowers e Hayes, ciò vale
a dire trovare “traduzioni”, in termini di forme lessicali, sintattiche e
retoriche, di quelli che si definiscono
“gist units”. Queste “gist units” sono
alla base del processo di generazione delle idee durante la composizione: sono
una serie di nozioni incipienti abbozzate, ancora rudimentali per constituire
idee coerenti, ma che contengono scopi essenziali (Hayes & Flower 1980,
Matsuhashi 1981, Bereiter, Fine & Gartshore 1979). Chiaramente, in mancanza
di risorse retoriche, strutturali e lessicali complete, è facile che i discenti
trovino problematica questa transizione dalla nozione “gist” alla proposizione
coerente e cotestuale. Ciò implica che
durante la fase iniziale occorre un feedback sul linguaggio insieme al feedback
sul contenuto.
Ricerche di tipo “case study” effettuate
recentemente a Firenze dall’autore
(Cresswell 2000) mostrano che la tecnica dell’automonitoraggio dello studente
rappresenta un modo per far fronte al
suddetto problema della transizione dalla
nozione “gist” all’ idea coerente.
In questa tecnica, come nella metodologia ortodossa, lo studente scrive
due stesure. Fra la prima e la seconda
il docente da un feedback.
Nell’automonitoraggio, però, è il discente che avvia il dialogo sul
testo, identificando i punti critici nel suo lavoro, scrivendo domande o altre
annotazioni a margine per richiamare l’attenzione del docente sugli stessi
punti critici. In questo modo, quando c’è il pericolo che la generazione
ricorrente di idee venga bloccata da una mancanza di conoscenza linguistica o
retorica, lo studente può semplicemente segnalare a margine la sua
intenzione e/o la sua ipotesi
riguardante il linguaggio necessario per esprimerla in quel determinato
contesto. Così lo studente stesso lascia all’insegnante il compito di suggerire il linguaggio appropriato oppure di confermare l’ipotesi produttiva , e può continuare
tranquillamente la sua generazione di nuovi “gist units”.
Per suscitare negli studenti una coscienza adeguata
del contenuto e dell’organizzazione e per aiutarli nella formulazione delle
annotazioni, si è concepito un programma propedeutico in tre fasi.
La prima consiste nella sensibilizzazione verso il
processo dello scrivere e la struttura di un testo di tipo persuasivo. Viene adoperato un approccio fondato
sull’analisi dei generi per spiegare come rispondono allo scopo dello
scrittore i vari livelli costituenti della gerarchia di un testo,
come in Kay 1994, e allo stesso tempo
si eseguono ricerche sulla struttura di testi da parte degli studenti, come
descritto in Flowerdew 1993.
La seconda fase consiste in una dimostrazione del
processo di annotazione.
Nella terza fase, le annotazioni dei discenti,
scritte durante la composizione di due tesine, vengono valutate. Gli studenti dunque compilano un
questionario in cui si chiede loro se fossero in grado di descrivere i loro
problemi tramite le annotazioni a
margine, e se il feedback fornito dal
discente era adeguato.
Sette studenti hanno quindi elaborato due ulteriori
tesine automonitorate, in seguito utilizzate per verificare l’efficacia della
tecnica.
Un conteggio delle annotazioni (nota 1) ha rivelato che il 51 per cento delle
ipotesi produttive sono state convalidate dal feedback del docente. Ciò conferma che l’automonitoraggio dello
studente fornisce un ambiente che incorraggia la crescita di risorse del
linguaggio scritto. Inoltre, la proporzione delle annotazioni riferite al
contenuto e all’organizzazione si è mostrata ragionevolmente alta, il che
dimostra che il programma propedeutico era stato efficace in quanto aveva
indotto gli studenti a prestare attenzione a questi aspetti sostanziali, ovvero
ad affrontare i problemi di linguaggio nel contesto delle intenzioni dello
scrittore, e a non distrarre
l’attenzione degli studenti da esse.
Un ulteriore risultato riguarda l’autonomia del
discente: alcuni degli studenti hanno riferito che l’applicazione della
conoscenza teorica della struttura dei testi al caso delle proprie composizioni
consente di interiorizzare la stessa conoscenza, diminuendo quantitivemente la
necessità dell’intervento del docente.
Come futuri traduttori od interpreti, gli studenti
della SSLiMIT a Forlì hanno bisogno di acquisire questo tipo di conoscenza interiorizzata delle strutture del discorso
della lingua di arrivo. Nella sezione
di inglese, l’insegnante di scrittura può trovarsi di fronte a fino a 90 tesine da correggere
simultaneemente. In queste circostanze,
l’approccio individualizzato dell’automonitoraggio sarebbe difficile da
gestire. La valutazione tra pari, però,
richiede un impegno molto meno oneroso del tempo del docente. Si è dunque posto la seguente domanda . Se questa tecnica fosse attuata congiuntamente al suddetto programma propedeutico in tre fasi , ci si
potrebbero aspettare simili risultati, in termini di autonomia e di capacità di
affrontare i problemi della costruzione del discorso scritto?
Il quadro generale della valutazione tra pari che
emerge dal lavoro di studiosi come Stanley (1992) e Mang elsdorff e
Schlumberger (1992), è che un training adeguato rende la tecnica
fattibile. Inoltre, l’osservazione di
Mendonca e Johnson (1994) che gli studenti utilizzano i consigli dei loro pari in
modo selettivo, suggerisce che l’effetto più dinamico dell’interazione
tra gruppi o coppie di pari è lo sviluppo di capacità critiche individuali.
La tesi secondo cui la valutazione tra pari è uno
strumento che facilita lo svilippo di capacità individuali è sostenuta dal
lavoro di Villamil e de Guerrero (1996).
Questi studiosi sottolineano la potenziale complessità cognitiva della
discussione tra pari come forma di valutazione. Queste discussioni rappresenterebbero potenzialmente ciò che
Vygotsky (1978) ha definito come “the zone of proximal development,” cioè “ la
distanza tra il livello esistente di sviluppo che è dato dalla risoluzione autonoma dei problemi , e
il livello di sviluppo potenziale dato dalla risoluzioni dei problemi sotto la
guida di adulti o in collaborazione con
pari più capaci .
Dunque, si è tentato di verificare se la
valutazione tra pari, preceduta dal
programma di sensibilizzazione e dimostrazione, sia in grado di portare allo
sviluppo individuale delle capacità dello scrivere , nonché della capacità di
far fronte in modo autonomo alle strutture retoriche della lingua di
arrivo. A questo scopo, sono stati
raccolti alcuni dati da 80 studenti che hanno scritto tesine da 1500 parole
basate su una lettura di alcuni articoli accademici.
E’ stato ipotizzato che, utilizzando schede per
guidare la valutazione tra pari
e un’ eventuale successiva auto-valutazione, gli studenti avrebbero potuto congiuntamente o
individualmente costruire le risorse retoriche necessarie per la revisione dei
loro testi, e quindi applicare la conoscenza
acquisita durante il programma propedeutico alla soluzione di problemi di tipo
semantico , logico, organizzazionale o retorico. Il feedback di tipo prettamente linguistico è stato spostato
alla seconda fase in cui, prima a
coppie e poi individualmente, gli studenti hanno redatto le loro seconde
stesure utilizzando una scheda compilata sulla base di errori prevedibili per
poi produrre una terza stesura. Quest’ultima è stata valutata dall’insegnante, che ha indicato i rimanenti
punti da modificare in una revisione finale
facoltativa. Le tre
stesure sono state consegnate in formato elettronico, e il ricercatore ha
indicato le revisioni effettuate tra la prima e la seconda stesura nelle
tesine di un campione a scelta casuale di 30 studenti, che hanno costituito la base di un corpus di
revisioni. Gli stessi trenta
studenti sono stati poi intervistati per elicitare quali revisioni provenivano dal consiglio dei pari e quali erano
originali. Tutti gli studenti hanno
compilato un questionario anonimo che mirava ad elicitare delle
informazioni a proposito della dinamica
sociale della valutazione tra pari e dell’ accettabilità di
quest’ultima.
L’analisi dei dati è ancora in corso. Tuttavia un esame preliminare dei questionari mostra che la valutazione tra pari,
insieme al programma propedeutico di 3 fasi di sensibilizzazione, dimostrazione
e valutazione, è una tecnica molto apprezzata,
sia per i suoi vantaggi affettivi che per quelli istruttivi. Circa la questione della capacità
critica autonoma, i dati indicano l’esistenza
di tre tipi di reazione. Il
primo e più raro tipo di studente rimane quasi totalmente indipendente,
affidandosi solo al proprio giudizio; il secondo tipo percorre una strada che possiamo definire
“prevalentemente autonoma”,
utilizzando la valutazione tra pari per affinare la sua capacità critica
e quindi valutare il proprio lavoro in modo autonomo. Il terzo tipo di studente preferisce un
approccio esclusivamente collaborativo, poiché a suo parere tutti i
consigli necessari per fare le dovute revisioni erano state date dal
proprio compagno. Il fatto che
quelli del secondo tipo ritenessero la valutazione tra pari utile per
rivedere i loro testi in maniera più autonoma forse ha le seguenti
implicazioni. Primo, si dovrebbe
prestare più attenzione al ruolo della
valutazione tra pari nella formazione della capacità di giudizio critico. Secondo, si dovrebbe prendere in
considerazione che un programma di scrittura
in cui il feedback deriva esclusivamente dalla valutazione tra pari
potrebbe avere come conseguenza negativa che al discente più autonomo
venisse negata la possibilità di
sviluppare una capacità critica
indipendente.
Tuttavia, queste sono considerazioni
preliminari. A proposito
dell’automonitoraggio, però, le conoscenze acquisite sono sufficienti per indicare alcuni indirizzi per ulteriori
ricerche. Si potrebbe ripetere lo
sperimento, prima con un campione più grande, trovando modi di gestire la mole
del lavoro del feedback per l’insegnante ; secondo, con soggetti a livelli meno
avanzati; terzo, confrontando un gruppo di controllo che abbia
partecipato alla fase di sensibilizzazione ma non all’automonitoraggio e un
altro che abbia partecipato ad entrambi
.
Ci si potrebbe anche focalizzare sulle strutture retoriche che gli studenti
di madrelingua italiana imparano attraverso questo metodo, o su quelle che non
imparano attraverso questo metodo.
Questo permetterebbe di includere queste strutture nella fase di sensibilizzazione
per facilitare la loro eventuale acquisizione nel contesto del discorso
scritto. Ciò contribuerebbe all’ adeguamento della metodologia della didattica
della scrittura al contesto italiano.
Nota
1. Per effettuare il conteggio delle varie categorie di
annotazioni, è stato adoperato il metodo di Lincoln e Guba per la conversione
di dati qualitativi in dati quantitativi (Nunan 1992: 148-9).
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